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Italiani: siamo un Popolo dalla memoria corta...

Ieri stavo passeggiando per la facoltà di Scienze Politiche, quando mi è stato consegnato un giornale, redatto esclusivamente da studenti, il cui titolo recitava: Italia. Crisi economica. Fine della sinistra. Dispersione dell’onda. Indubbiamente il titolo presenta uno scenario molto più che inquietante.

 

Sulla dispersione dell’onda non credo ci sia da meravigliarsi, si tratta di una prospettiva non di difficile previsione. Un movimento estremamente eterogeneo come questo normalmente può produrre effetti opposti, e cioè durare fintanto che le istanze di cui si fa portatore non vengano prese in considerazione dalle istituzioni, resistendo a pressioni politiche e facendo leva proprio su questa eterogeneità come punto di forza, oppure sparire più o meno nel nulla come il più delle volte accade in questo Paese. Il paragone con “il movimento” studentesco del ’68 mi è sempre sembrato esagerato e  poco realista. All’epoca l’obbiettivo, voluto o no, era quello di rompere con l’Ancien Regime Democristiano, con un ordine di idee estremamente arretrato che appesantiva l’Italia rendendola tutt’altro che un luogo moderno. Insomma il movimento in questione si faceva portatore di interessi più nobili sia socialmente che politicamente. E dobbiamo essergliene grati.

L’onda, diversamente, è stato un movimento devastante, travolgente e, senza ombra di dubbio, custode di istanze degne di tutto rispetto: i tagli all’Università, ora più che mai, rischiano di compromettere il nostro futuro. In un momento come questo, pur se lo Stato necessita ulteriori risorse, i tagli alle Università sembrano essere un ripiego comodo e sin troppo frequente. Allora ci si domanda il motivo per cui invece di tagliare Università, Ricerca e Sanità (da sempre i settori più colpiti dai tentativi di riduzione della spesa pubblica), non si provveda all’abolizione di alcuni enti locali (le province ad esempio), alla riduzione delle spese che lo stato affronta per il finanziamento dei partiti, e quelle sostenute per mantenere le camere e i loro deputati. Si tratta soltanto di esempi, molti altri settori meritano dei tagli.

Insomma, la “dispersione” dell’onda non è stata una sorpresa. Questo non è più il Paese delle sorprese. Nascono movimenti pieni di passione politica e la gente sembra davvero motivata e determinata. Ma poi cosa succede? Tutto passa in secondo piano, quando i media iniziano a decidere che non c’è più spazio, lentamente inizia il “Fade out”, e il tutto scompare senza lasciare traccia. Non dobbiamo scordarci che questa è stata da sempre la fortuna del nostro Presidente del Consiglio. Gli italiani dimenticano sempre troppo presto. In questo scenario tipicamente Italiano, mentre il Governo opera tagli, gli studenti scendono in piazza e l’economia crolla, la sinistra sparisce. Sparisce quella che da qualche anno, scioccamente, è stata definita “Sinistra Radicale” (che di radicale ha ben poco, casomai è più radical chic che altro), e si disintegra completamente quella componente riformista, socialista e di centro sinistra, che avrebbe dovuto costituire il nucleo centrale del Partito Democratico. Ed invece regna il caos. Non si capisce quali prospettive offra il PD, quale alternativa rispetto al PDL possa presentare all’elettorato, ma soprattutto non è chiara la questione fondamentale: come, dove e quando si sono fuse la componente cattolica e quella socialista-riformista? Cosa ne è venuto fuori? La risposta ironicamente suggerita da alcuni, e cioè la semplice differenza della “L” tra PD e PDL, sembra essere l’ennesima fesseria suggerita da quell’ironico qualunquismo politico destinato ad alimentare il berlusconismo. Non si tratta di una semplice lettera, le differenze chiaramente esistono, fosse solo perché da una parte c’è uno dei più grandi mali della II Repubblica. Ma ironia a parte, almeno per rispetto nei nostri confronti, e soprattutto per lungimiranza politica, il Partito Democratico deve delle spiegazioni ai propri elettori. Alla vigilia delle Europee il PD ha il dovere di chiarire le sue posizioni cercando di recuperare consensi, presentandosi davvero come un partito di centro-sinistra in grado di recepire le istanze provenienti dalla società civile. Lo stesso dovrà fare Vendola con il suo partito, così come Ferrero, cercando di recuperare il perduto legame con la base e con la gente comune, senza dimenticare che alle scorse elezioni tutto questo è costato l’esclusione da entrambi i rami del Parlamento.

E poi la crisi economica: come se non bastasse, oltre alla crisi della rappresentanza politica, quando il rispetto delle istituzioni sembra ormai essere venuto meno, quando Berlusconi lascia intatta la Costituzione ma la svuota del suo significato, quando il centro-sinistra rimane a guardare senza replicare, mentre solo un pazzo alleato del PD, Di Pietro, lancia l’allarme democratico contestando il decisionismo dittatoriale del premier, mentre dilaga la paura per lo straniero grazie alla complicità di giornali e telegiornali, ecco che si iniziano a percepire i devastanti effetti della “Crisi”. “C’è crisi”, lo dicono i media. Loro lo sanno. Ecco, ancora una volta, l’intelligenza del giornalismo italiano. Invece di rassicurare la gente comune, invece di stemperare il clima, si fa l’esatto opposto: si diffonde il panico, così come ci hanno convinto dell’emergenza sicurezza adesso ci convincono che la fine dell’intero sistema economico è vicina. Da che mondo è mondo chiunque si rende conto che l’economia, oltre ad essere fatta da “numeri”, è anche mossa dalle aspettative degli individui. La diffusione del panico e di prospettive apocalittiche produce un effetto molto più che deleterio. Crollano gli investimenti, la gente consuma meno e risparmia di più, le imprese sono costrette a produrre sempre meno andando in contro a periodi estremamente neri.

Ancora una volta, invece di usare la testa, i media, le istituzioni e la politica gestiscono tutto con enorme irresponsabilità. I giornalisti dal loro punto di vista pensano ai propri interessi, cercano di catturare l’attenzione, senza curarsi degli effetti che sono in grado di produrre; le istituzioni, invece, sembrano essere come al solito lontane dalle esigenze della società civile, mentre la politica resta a guardare lo spettacolo, cercando di sfruttare ogni avvenimento per utilizzarlo a fini propagandistici e strumentalizzando, per quanto sia possibile, ogni trend. Ma in fondo si avvicinano le elezioni per il Parlamento Europeo e la campagna elettorale è appena iniziata.

Quanto ancora siamo disposti a sopportare?

Non c’è da preoccuparsi, noi italiani dimentichiamo presto.

 

 

Alessandro Megaro

studente di Scienze Politiche - La Sapienza

Pubblicato il 17/3/2009 alle 22.37 nella rubrica diario.

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