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QuartaDimensione

La crisi economica in Italia: Parte terza

Economia 20/2/2009

  

10. Questo tipo di politiche, di forte stimolo della spesa e di iniezioni di liquidità fino a quando è necessario, sono un atto dovuto. Quali invece le valutazioni di più lungo periodo? Per rispondere credo occorra considerare che se la crisi si è originata dalle insolvenze dei subprime, essa è stata facilitata, se non addirittura causata, da politiche fiscali e monetarie statunitensi troppo espansive nel periodo 2003-2004 le quali hanno portato verso limiti insostenibili gli squilibri interni degli Stati Uniti, politiche in gran parte determinate dalle esigenze del ciclo politico americano e dal finanziamento della guerra in Iraq. E' dall'inizio degli anni '80 che gli Stati Uniti hanno iniziato a consumare più di quanto stavano producendo e quindi hanno importato più di quanto esportavano. Il disavanzo negli scambi con l'estero causa ovviamente un indebitamento generale dell'economia verso l'estero di pari ammontare. L'accumularsi di questo indebitamento annuo ha portato gli Stati Uniti, nel 1988, a diventare, da creditore, debitore netto nei confronti del resto del mondo. Si è così assistito al fatto che per trent'anni l'economia più ricca è stata finanziata dal risparmio mondiale - un fatto contrario a qualsiasi logica economica: il risparmio mondiale non finanzia lo sviluppo dei paesi meno ricchi ma quello del paese più ricco.


11. Negli ultimi anni i disavanzi negli scambi con l'estero statunitensi, già elevati, sono ulteriormente aumentati: tra il 2004 e il 2007 sono stati mediamente del 6% del PIL (equivalenti, agli attuali tassi di cambio, a circa 4.000 miliardi di vecchie lire al giorno), nel 2008 pare sia vicino al 7% e il debito estero sta viaggiando verso il 40% del PIL - dati che sono pari a quelli di un paese indebitato del terzo mondo. Negli Stati Uniti le famiglie sono indebitate con gli intermediari finanziari per 13.500 miliardi di dollari, un ammontare vicino al 100% del PIL americano. Non si può stare su un sentiero di crescita sostenibile continuando ad indebitarsi all'infinito. Prima o poi deve avvenire l'aggiustamento oppure ci si scontrerà con un periodo molto complicato. Tra le altre motivazioni alla radice della crisi non vanno assolutamente dimenticati i ritardi della regolazione sulla continua evoluzione dell'innovazione in campo finanziario, che ha consentito alla finanza un eccesso di comportamenti puramente speculativi, slegati da qualsiasi rapporto con la produzione. Anche l'operato delle agenzie di rating, che hanno valutato titoli troppo rischiosi con una doppia o tripla A, ha aiutato il formarsi della crisi e da ultimo, ma non meno importante, non va dimenticato l'aumento dei divari nella distribuzione del reddito favorito dal processo di globalizzazione, un fatto che ha reso più instabile il processo di sviluppo riducendo il reddito e quindi le capacità di spesa senza indebitamento di una buona parte dei lavoratori.


12. A fronte di questi fatti e considerando le valutazioni di più lungo periodo, non si può che trarre la conclusione che è entrato in crisi, se non addirittura finito, il ciclo neo-liberista affermatosi agli inizi degli anni 80, nato a sua volta dalla crisi del sistema di regolazione keynesiano verificatasi negli anni 70 del secolo scorso, neo-liberismo che così tanto ha influenzato le politiche economiche mondiali. Sono partite da questa ispirazione la spinta verso una forma di stato minimale, con le connesse deregolazioni e liberalizzazioni dei mercati, le privatizzazioni e le flessibilizzazioni del mercato del lavoro. La chiusura di questo ciclo significa che si dovranno definire i lineamenti del nuovo contesto di politica economica dello sviluppo mondiale. Compito non facile, se si pensa che occorre definirlo non riferito a economie chiuse, ma rapportarlo ad economie aperte globalizzate e che su alcune questioni da affrontare, come la necessaria regolamentazione e vigilanza prudenziale dei mercati finanziari, non vi è per ora una sufficiente convergenza teorica tra gli studiosi. Appare in ogni caso tramontata l'idea che il mercato sia sempre in grado di autoequilibrarsi, mantenendo un livello di occupazione accettabile senza l'aiuto e la partecipazione dello stato. Se fosse stato assente lo stato, come pure le pronte risposte della politica monetaria, la crisi avrebbe assunto dimensioni spaventose. Stato e mercato sono istituzioni complementari entrambe necessarie per governare la complessità dei processi economico sociali capitalistici avanzati. Lo stato può orientare la produzione verso obiettivi socialmente ed economicamente desiderabili a fronte di evidenze oggettive (come la riconversione energetica), lo stato può ripristinare un'accettabile equità economico sociale che quasi ovunque si è persa o si sta perdendo e che funge da stabilizzatrice del processo economico.


13. Se ora, per concludere, ritorniamo al nostro paese e guardiamo più da vicino l'Italia, i dati economici nazionali e anche quelli piemontesi ci rimandano ad una realtà che è stata descritta in via generale all'inizio. Le indagini sulle aspettative e sulla fiducia compiuti dall'ISAE testimoniano il progressivo deterioramento della situazione economica corrente ed attesa in tutti i settori: soprattutto nell'industria, ma anche nelle costruzioni, nei servizi, nel commercio e tra i consumatori. In particolare l'indice di fiducia delle imprese manifatturiere è prossimo a quello del 1993. Unioncamere ha rilevato come dal terzo trimestre di quest'anno in tutti i comparti produttivi piemontesi sia in atto una seria contrazione della produzione, con prospettive di netto peggioramento nel futuro. La cassa integrazione e le richieste di cassa integrazione stanno aumentando e molti contratti a tempo determinato non saranno rinnovati. La sfiducia inizia a divenire palpabile.

14. A livello di politica economica l'Unione Europea ha invitato gli stati a creare stimoli - vale a dire più spese - per l'economia, tramite politiche fiscali espansive, pari all'1,2% del PIL europeo, a cui avrebbe aggiunto un ulteriore stimolo dello 0,3% tramite i finanziamenti della BEI. Le politiche monetarie espansive possono essere utili per salvare le banche e per ridurre il costo del credito - ma in frangenti come questo, in cui l'incertezza è elevata e le aspettative sono volte al peggio, la riduzione del costo del denaro può essere inefficace per convincere le imprese a indebitarsi per effettuare nuovi investimenti produttivi. E' quindi indispensabile intervenire con la politica di bilancio che può influire sulla spesa aggregata con più certezza. Finora l'invito dell'Unione Europea è stato raccolto solo in parte. Sono stati previsti, da parte di 18 stati, stimoli per circa lo 0,8% del PIL. Su questo terreno la politica del governo italiano non ha fatto grandi cose - anzi ha praticamente fatto nulla - e il suo comportamento può essere definito come attendista. Il cosiddetto "decreto anticrisi" approvato da poco è, come impatto macroeconomico, irrilevante, ed è passato progressivamente dai famosi 80 miliardi promessi da Tremonti il 16 novembre a zero. I calcoli della commissione Bilancio della Camera mostrano infatti che il decreto si risolve in un aumento della spesa pubblica di 3 miliardi ed in aumento delle entrate di 3,4 miliardi - in pratica un effetto prociclico. E' vero che grava sulla politica di bilancio il debito pubblico accumulato nel passato, che limita oggettivamente la possibilità di attuare politiche di bilancio espansive di un certo peso che potrebbero creare disavanzi eccessivi, ma sarebbe grave se questo attendismo, anziché essere determinato da considerazioni comunque legate all'interesse generale, mascherasse invece mere considerazioni dettate da interessi di parte in un momento in cui è assolutamente necessario ripristinare al più presto la fiducia delle imprese e dei cittadini, base necessaria affinchè la situazione economica non corra il rischio di diventare ancor più pesante di quel che dicono attualmente le previsioni. 

 

Piero Garbero  (www.disinformazione.it)




permalink | inviato da Menti_illuminate il 20/2/2009 alle 14:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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Art 1 La Persona in quanto essere umano evoluto, deve considerarsi una piccolissima parte della totalità delle forme di vita presenti nell'universo. Esse sono da considerarsi come cosa unica, indivisibile e inviolabile. Vi è daltronde, la comune accettazione, che l'unicum creato sia composto di un'infinità di particelle, ognuna differente e costante l'una dall'altra, mutevole nel tempo.